Registrato nel Maggio del 1967 poi il 7, il 9 ed infine il 10 Marzo 1968 – Pubblicato nell’aprile del 1970

“N.S.U.” (NON-SPECIFIC URETHRITIS)

I Cream live al Winterland Ballroom, San Francisco – 10 Marzo 1968 (tappa finale del tour dalla quale viene estratta “N.S.U.” live)

“Live Cream volume 1” viene aperto da “N.S.U” (Non-Specific Urethritis), qui proposta nella versione live, che venne registrata dal vivo il 10 marzo del 1968 a Winterland, San Francisco. La traccia estratta dal primo disco del sacro triumvirato, “Fresh Cream”, già nella versione studio era una manna per gli amanti del basso e della batteria, ma qui diventa un vero e proprio inno alla sezione ritmica. La chitarra di Clapton, seppur presente in ogni parte del brano, viene oscurata dalla forza travolgente delle sei corde del Fender Bass VI di Bruce e dalle appassionanti percussioni di Ginger Baker. 

“NSU” viene aperta proprio dal batterista con un gioco di cassa e rullante: due colpi di cassa, seguiti da altri due di rullante e charleston semiaperto. Per i primi due giri la batteria viaggia in solitaria, poi si unisce anche la chitarra e dopo altri due giri entra anche il basso di Bruce.

Dopo quattro giri corali arriva anche la voce, che nella prima strofa ci racconta di un uomo che riflette su cosa sia la felicità e indirettamente sul binomio vita-morte, dice di sentirsi fortunato, felice, soprattutto quando suona la sua chitarra dimenticandosi di tutti i suoi problemi.

Tocca al basso il compito di riempire “il vuoto” tra la prima e la seconda strofa, ed è sempre lo strumento di Jack Bruce a segnalare il passaggio da una parte all’altra del brano, anche durante le variazioni della chilometrica ed emozionante parte strumentale, che trasforma questo brano da due minuti (nella versione studio) in dieci minuti di puro godimento acustico.

La seconda strofa è apparentemente in antitesi con l’inizio del testo. Bruce, infatti, canta: “Non voglio lasciare tutto questo”, una frase un po’ strana, vista l’apparente serenità dell’inizio. Tuttavia il titolo fa riferimento a una malattia venerea di origine sconosciuta e questo ci aiuta a trovare un senso anche a questa contraddizione. Infatti, possiamo supporre che la riflessione sulla felicità e la paura di perdere tutto possa attribuirsi al timore delle possibili conseguenze della malattia, non ultima la possibilità più o meno giustificata che questa possa portare l’individuo alla morte. Un pensiero catastrofico che non di rado attraversa la mente, almeno una volta, di chiunque abbia un problema di salute importante.

Il canto si esaurisce nei primi due minuti di traccia, da qui in poi i tre musicisti si sbizzarriscono in otto minuti di strumentale, che lascia senza fiato come solo una battagliera collaborazione tra tre giganti può fare, solo sul finire della traccia Bruce torna al microfono per chiudere con il ritornello.

In “Fresh Cream”, NSU è un elemento di continuità tra il passato dei tre musicisti e le sonorità psichedeliche che avrebbero caratterizzato i successivi dischi della band. Nella versione studio di “NSU” ogni musicista aveva un preciso spazio in cui poteva emergere rispetto agli altri: la batteria aveva un ruolo preponderante in corrispondenza delle strofe, il basso nel tempo compreso tra le stesse e la chitarra di Clapton acquistava importanza soprattutto nella sezione strumentale centrale, dal vivo invece, la parte strumentale diventa una vera e propria battaglia tra i tre, anche se c’è ancora un minimo di spazio “precostituito” in cui due lasciano maggior visibilità al terzo.  

Cream – Jack Bruce, Ginger Baker and Eric Clapton “Cream Farewell Concert”, Royal Albert Hall, London, Britain – 26 Nov 1968
NDR immagine estranea ai concerti dell’album “Live Cream”.

“SLEEPY TIME TIME”

La seconda traccia del live è “Sleepy Time Time” con cui Eric si prende la rivincita sul batterista, ma  senza riuscire ad arginare la dirompente presenza di Jack Bruce. “Sleepy Time Time” viene aperta da Clapton e Bruce, mentre Baker si limita a usare un leggero charleston fino alla fine della prima strofa. La voce entra a metà del secondo giro ergendosi sullo stesso tema blues che ha aperto la traccia.

La calda voce di Jack Bruce narra con passione il testo che ha scritto con sua moglie, raccontando se stesso come un adulto che si considera un bambino assonnato e vede la vita come un gioco, mentre col suo basso duetta e a volte sovrasta la chitarra, guadagnandosi tutte le luci della ribalta.

Il testo breve e quasi tutto uguale, in sostanza è un inno al bambino che c’è in ognuno di noi e che vorrebbe passare le giornate a dormire, giocare e divertirsi. Una sorta di lode al fanciullo interiore tipico dell’uomo adulto, oppresso dalle responsabilità e dal peso degli anni che passano. Lavoro, famiglia, soldi, preoccupazioni: non ci rendiamo conto, da piccoli, quanto sia bello poter vivere senza alcun timore, senza pesi, senza oneri. Invece, non vediamo l’ora di crescere, di “diventare grandi”. Il problema è quando il sogno si realizza, e ci rendiamo conto di quanto – invece – la vita prenda una piega tutt’altro che leggera ed onirica. Ecco dunque che riprendiamo a sognare, stavolta riguardandoci indietro. Ripensando ai giochi per strada, alla scuola, ad una coppia d’amorevoli genitori che ci coccola e ci dona tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Dolci, cari ricordi che serbiamo nel cuore come faremmo con il più prezioso dei tesori; memorie che ci fanno tornare indietro e ci fanno scendere più di qualche lacrima di commozione.

Ginger inizia a farsi sentire un po’ di più nel ritornello, affiancando al charleston, la cassa e il rullante.

I primi due minuti di “Sleepy Time Time” scorrono tranquilli e pressoché identici alla versione dello studio album, poi Eric dà il via a una sezione strumentale in cui si scatena, mostrando tutta la magia della sua tecnica, anche grazie all’ausilio di quello che all’epoca era un effetto nuovissimo, appena messo a punto: il wah-wah.  Nella versione studio di questo brano, fortemente ispirato dal blues di Chicago, Clapton rivestiva più una funzione di accompagnamento e sostegno del basso, mentre dal vivo riesce a prendersi il suo spazio e regalare al pubblico un lunghissimo solo da pelle d’oca.

Bruce non è da meno, con il suo Fender fa cose mirabolanti per l’epoca e dopo aver accompagnato Clapton, dà l’ennesima dimostrazione della sua bravura lanciandosi in un bass-solo di quasi un minuto, con il quale si chiude la parte strumentale e ricomincia il canto, che si limita a ripetere il ritornello fino al termine di questa seconda traccia.

“SWEET WINE”

La terza traccia è “Sweet Wine”, tratta ancora una volta da “Fresh Cream” e scritta dalla moglie di Jack Bruce insieme a Ginger Baker: Essa, anche dal vivo, si apre con un semplice “Ba ba, ba-ba ba ba” che si eleva sulla coppia ritmica, in corrispondenza dei colpi di batteria in battere, poi inizia il canto vero e proprio, che in un primo tempo si erge sulle terzine della sezione ritmica, sulla distorsione della sei corde di Clapton e sul gioco di cassa e rullante di Baker, che sottolinea la fine delle frasi pronunciate da Bruce.

Il bassista dà voce all’inno alla spensieratezza frutto dell’alleanza tra sua moglie e il detestato Baker, racconta della sensazione, spesso illusoria, di relax, che in genere accompagna l’atto del bere un buon calice di vino in compagnia, magari alla fine di una giornata pesante. L’alcol da sempre simbolo di unione, convivialità, si beve festeggiare, ma anche per dimenticare e proprio le mille facce del consumo di alcol sono le protagoniste di questa lirica.

In seguito, il ritmo rallenta e la voce di Jack viene accompagnata solo da qualche plettrata di clapton e rade note di basso, ma solo per poco perché dopo qualche manciata di secondi il trascinante ritmo di “Sweet Wine” ritorna per portarci verso un mirabolante strumentale di quasi tredici minuti.

Eric divide i riflettori con Jack. I primi due minuti di strumentale sono un braccio di ferro tra la chitarra del primo e il basso del secondo, poi la sei corde di Clapton diventa la protagonista assoluta della scena per poco di più di un minuto, ma arriva ben presto anche il turno di Baker che si scatena dietro le pelli, regalando attimi di Jazz.

Siamo arrivati solo al terzo minuto di strumentale, il tempo si velocizza, tutti e tre i musicisti si scatenano giocando tra dissonanze e tempi dispari, creano un muro di suono come succede in pochissime altre loro canzoni. In seguito rallenta di nuovo e stavolta si gioca con note puntate, effetti e distorsioni che si intrecciano con il tempo scandito da Baker a colpi di rullante, charleston e campanaccio, fino a una nuova variazione in cui Ginger scandisce un tempo pressante, reso quasi angosciante dal basso di Bruce, mentre Clapton dà fondo a tutta la sua bravura.

Il risultato è qualcosa difficilmente descrivibile a parole. Tuttavia non è ancora finita, il tempo rallenta progressivamente, la melodia tracciata dalla sei corde di Eric si fa più delicata, Bruce riprende ad eseguire note puntate, per poi assumere il ruolo più rilevante sul finire della sezione strumentale e riprendere il tema musicale principale, quello che caratterizza la canzone stessa e la rende immediatamente riconoscibile. Anche in questo caso la voce riprende solo per ripetere il ritornello e chiudere così l’esecuzione del brano.

“ROLLIN’ N TUMBLIN”

La quarta canzone è “Rollin’ n Tumblin” registrata il 7 marzo del 68 nel corso di un concerto a The Fillmore, San Francisco. La cover del brano di Muddy Waters, riarrangiata da Eric Clapton si apre con quattro giri di armonica a bocca, charleston e la chitarra di clapton che doppia l’armonica di Bruce, poi inizia il canto e tra una frase e l’altra Bruce ritorna all’armonica a bocca, mentre Clapton lo doppia perfettamente con la sua chitarra.

“Rollin’ And Tumblin’ ” (Live Al Fillmore West di San Francisco nel 1968, il cui brano è l’ultima traccia dell’album)

La lirica si esaurisce nel corso del primo minuto, dopodiché c’è spazio solo per la musica e qualche ripetizione del ritornello. Bruce dà voce al testo scritto da Muddy Waters, metafora di una relazione finita, di una separazione o magari anche di un lutto. L’uomo è straziato dal dolore, dice di aver pianto tutta la notte, ci racconta di aver baciato e salutato la sua “piccola” prima di andarsene. Una sola cosa è certa: egli non la vedrà mai più. “Rollin’ n Tumblin” è un testo aperto a molte supposizioni, poche frasi, quasi disconnesse tra loro, dai tratti quasi ermetici, ma comunque molto suggestivo. Se non altro ci rendiamo conto di come un tipo di scrittura particolarmente “sofferente” avesse preso piede già in anni non sospetti, influenzando per forza di cose molti parolieri odierni. Crediamo che il tema della “depressione”, all’interno della musica, sia nato ufficialmente con le grandi rivoluzioni degli anni ’90. Invece, già nell’epoca dei Cream determinate situazioni conoscevano la loro importante diffusione, come in questo caso. Un comparto lirico, quello di “Rollin’…”, che non brillerà certo di estrema profondità: ma che risulta essere non poco toccante, non poco particolare. Tanto da farci porre – per l’appunto – non pochi quesiti circa la situazione effettivamente descritta. Una perdita, questo l’unico dato certo, fa sempre male. Sia essa un lutto od un semplice addio fra innamorati. Non riusciamo a capacitarcene, ed osserviamo un piccolo pezzo del nostro cuore staccarsi dall’insieme, per dissolversi nell’aria, come un cumulo di sabbia al vento, posto sul palmo di una mano. È dura ma siamo chiamati ad andare avanti, nonostante tutto. Nonostante faccia male, nonostante le fitte ed il dolore procurato da ferite che non si rimargineranno tanto facilmente.

Siamo dunque arrivati allo strumentale, che ancora una volta è caratterizzato dalla coppia armonica a bocca – chitarra, mentre Baker rimane sullo sfondo.

In questo caso dunque la versione live ha poco a che vedere con la versione studio, dove invece Baker si esprimeva su un tempo di marcia fino alla sezione centrale dove invece diventava il protagonista con l’armonica a rivestire il ruolo di antagonista/coprotagonista.

Ancora, la cavalcata armonica e psichedelica che poteva ascoltare circa a metà canzone nella versione studio, dal vivo diventata quasi il tema principale, protraendosi, con qualche leggera variazione per tutta la durata della traccia. Il suono nitido della chitarra di Clapton, resta sempre ben definito e pulito nonostante le variazioni, cosa tutt’altro che scontata visto che la tecnologia elettronica e strumentale di cui disponiamo oggi in quegli anni stava compiendo i primi passi. 

“LAWDY MAMA”

“Live Cream” si chiude con “Lawdy Mama”, la quarta traccia del vinile e la quinta nella versione compact disc. Sebbene si trovi in un live album, non è proposta nella versione dal vivo: abbiamo quindi una registrazione in studio. Si tratta infatti di una versione provvisoria della canzone che in “Disraeli Gear” comparve poi con il nome di “Strange Brew”.

“Lawdy Mama” è un blues abbastanza rettilineo, si riconosce l’inconfondibile intro che resterà invariato nella versione definitiva di “Strange Brew”: il basso traccia scale blues in ottave con l’ausilio di ghost notes, Baker scandisce il tempo con un uso molto delicato della cassa, del rullante e dello splash, mentre Clapton esegue come solo lui sa fare il riff di Buddy Guy, che ha ripreso e rivisto insieme al produttore Felix Pappalardi.

Poi inizia il canto: Bruce assume stavolta i panni di un amante che chiede alla propria donna di lasciarsi andare, uscire fuori nella notte, camminare nel mondo a testa alta, senza paura, senza preoccuparsi di quello che pensa di lei la gente e in particolare il padre. Basta con le lacrime e la paura, è arrivata l’ora di vivere e sentirsi vivi e felici. Un inno, insomma, alla libertà più totale, alla libertà di amarsi privi di ansie o di freni inibitori. Perfettamente in linea con i tempi, diremmo, visto che il 1968 fu l’anno in cui la cosiddetta “contestazione” ai classici valori “morali” della società borghese raggiunse il suo apice, anche grazie al movimento Hippy. La libertà di amarsi era naturalmente uno dei capisaldi della protesta: l’amore libero, privo di ingombranti censure moraliste, di stampo sia politico che religioso. In questo senso, dunque, va inquadrato un testo come il suddetto: “Lawdy Mama” è il ruggito di quegli anni di fuoco, di densa attività ed impegno profuso nello scardinare un sistema ritenuto opprimente ed antiquato.

Trattandosi di un blues abbastanza classico e lineare, la parte strumentale vede Baker scandire un classico 4/4, sul quale Bruce intesse scale blues e Clapton ricama melodie abbastanza semplici, poi in chiusura torna lo stesso giro che ha caratterizzato l’inizio della traccia e che ritroveremo immodificato per “Strange Brew”.

CONCLUSIONI

“Live Cream volume 1” viene rilasciato due anni dopo lo scioglimento dei Cream, precisamente nell’aprile del 1970. La copertina di questo live album riporta una foto, scattata da un lato del palco, del trio sul palcoscenico durante un concerto, le luci sono puntate solo sui tre artisti. In primo piano si vede Jack Bruce, dietro di lui in prospettiva si vedono Baker seduto dietro la sua batteria e poco più avanti Clapton.

“Live Cream volume 1” è uno di quegli album che fa rimpiangere di non esser stato lì nel 68, soprattutto agli amanti del basso elettrico. Al trio si deve il merito di aver influenzato molti artisti e di aver sparso i semi di quelli che sarebbero diventati dei generi veri e propri, con le proprie peculiarità, come ad esempio l’hard rock, che trova le proprie radici in alcune sperimentazioni contenute all’interno dei dischi dei Cream.

Sebbene sia durato poco e abbia dato luogo solo a quattro studio-album, dei quali solo due sono storicamente rilevanti, il sacro triumvirato ha cambiato il volto della musica moderna, non solo con le loro, a volte timide, sperimentazioni, ma anche grazie al loro particolare modo di suonare.

Basti pensare a Jack Bruce, che con la sua personalità e la sua bravura ha promosso il basso da semplice e bistrattato strumento d’accompagnamento a strumento solista. Fino ad allora era quasi impensabile che un basso potesse essere qualcosa di più di uno strumento ritmico, Bruce gli dà dignità portando il suo sei corde a combattere alla pari con la nobile chitarra, anzi ogni tanto arriva anche a sottometterla con soli fatti di fraseggi armonici e ritmi serrati.

Clapton dal canto suo riprende e rinnova la lezione del vecchio blues americano, lo esalta con la sua pennata lenta, delicata e precisissima e condisce il tutto con il sapiente uso del cry baby e per rendere il tutto indimenticabile ci mette il suo ego smisurato, che gli permette di lanciarsi in soli lunghissimi (per l’epoca) dove dà sfoggio di tutta la sua abilità, per lo più improvvisando al momento, ma senza mai fare un passo falso.

Infine c’è Baker, indiscutibilmente uno dei migliori batteristi dell’epoca, che mostra come la libertà del jazz possa amalgamarsi benissimo con qualsiasi altro genere, dal rock, al pop, passando anche per il blues. 

Quello che fa Clapton in “Sweet Wine” verrà ripreso e sviluppato al massimo da moltissimi chitarristi, primo fra tutti Jimmy Page.

Dal vivo questa traccia assume ancora più importanza: nel corso dei 13 minuti di strumentale ci sono così tante variazioni, così tante tecniche diverse usate magistralmente, che la metà basterebbero per consigliarne vivamente l’ascolto a chiunque suoni uno dei tre strumenti presenti.

Inoltre, se si pensa alla tensione che c’era tra i tre musicisti nel marzo 1968, l’apparentemente perfetta intesa che c’è tra i tre lascia di stucco, tanto più se pensiamo al fatto che i tre hanno sempre dichiarato che le sezioni strumentali erano, dal vivo, in gran parte improvvisate.

Fatte queste premesse, diventa chiaro come mai a distanza di cinquant’anni e rotti l’alone di mistico rispetto che avvolge i Cream non tende minimamente a incrinarsi.

“NSU” è un altro pezzo incredibile, che chi scrive raccomanda caldamente soprattutto ai musicisti. Senza voler togliere niente agli altri brani, “NSU”, “Sweet Wine” e se vogliamo anche “Sleepy Time Time” sono quelli che fanno la storia, magari non hanno la stessa carica sperimentale e psichedelica  di “Sunshine of Your Love”, ma se si guarda alla tecnica, alla complessità strutturale di questi brani, non può esserci nessun dubbio sulla loro fondamentale importanza per tutti gli artisti che stavano emergendo in quel periodo e di conseguenza anche per noi che adesso gustiamo i frutti di quello che i Cream seminarono durante la loro brevissima carriera. Concludendo: “Live Cream volume 1” è uno di quei live album che vale veramente la pena di avere a casa.

TRACKLIST

SIDE ONE

“N.S.U.” – 10:15

Recorded 10 March 1968, Winterland, San Francisco.

“Sleepy Time Time” – 6:52

Recorded 9 March 1968, Winterland, San Francisco.

“Lawdy Mama” – 2:46

Recorded May 1967, Atlantic Studios, New York City.

SIDE TWO

“Sweet Wine” – 15:16

Recorded 10 March 1968, Winterland, San Francisco.

“Rollin’ and Tumblin'” – 6:42

Recorded 7 March 1968, The Fillmore, San Francisco.

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