“RUMOURS”, Fletwood Mac (1977)

Rock? Blues? Pop? Country? “Rumours” è tutto questo, ed oltre…

Non è mai facile spiegare le ragioni di un successo planetario, specie quando l’artefice è un gruppo o un artista fuori dagli schemi; sfuggire alle catalogazioni infatti non è prerogativa di chi fa un passo indietro rispetto al mainstream, ma spesso anche di chi può fregiarsi del titolo di artista plurimilionario.

“Rumours” dei Fleetwood Mac è un lavoro da centodieci e lode con baci e abbracci di circostanza, che entra di diritto nel filone dei successi mondialpopolari di fianco a “Thriller”, “The Dark Side Of The Moon”, “Saturday Night Fever” e tutti gli altri.

La storia inizia nei lontani anni ’60, in quell’autentica Mecca di creatività che era il Regno Unito.

I Fleetwood Mac erano una rock blues band ancora acerba che annoverava fra le proprie fila un certo Peter Green, chitarrista fra i massimi esponenti del blues revival britannico.

Dopo qualche hit (fra cui la celeberrima “Black Magic Woman”) e un lungo peregrinare per tutti gli anni ’70, il batterista Mick Fleetwood trova la quadratura del cerchio ingaggiando Lindsey Buckingham e Stevie Nicks, duo americano chitarra e voce già in attività; con ben due voci femminili in formazione (con tutto quel che ne consegue… da qui il titolo del disco), il talento dei nuovi innesti non tardò a mostrarsi e il disco omonimo del ’75 portò a casa qualche hit lasciando intendere un nuovo inizio per la band; niente che facesse presagire un successo delle dimensioni di “Rumours”.

Quarantacinque milioni di copie vendute non possono essere uno sbaglio, per cui proviamo a dare un aiuto al pubblico più giovane, oggi che la band ha un po’ meno visibilità: cosa suonano i Fleetwood Mac? Rock? Blues? Pop? Country? Sì e no.

A rendere speciale questa compagine è proprio la sua formula esplosiva, capace di condensare in una traccia di pochi minuti le caratteristiche di tutti questi stili. Non è difficile farsi conquistare dalle armonie spensierate in stile west coast, dalle polverose e onnipresenti steel guitar, così come dalla chitarra di Lindsey Buckingham, cui non dispiace cimentarsi in lunghi e ficcanti assoli.

La chimica di questi brani non è sfuggita negli anni ai signori del marketing: “Rumours” è uno dei dischi più saccheggiati per le colonne sonore di spot televisivi: “Go Your Own Way”, “The Chain” e “Don’t Stop” oltre ad essere i brani più celebri e anthemici, possiedono un fascino figlio di quella perfezione formale raramente eguagliato nella musica contemporanea, ma sono altri i brani capaci di fare centro per il loro dinamismo, e sono proprio quelli in cui spicca il talento delle due vocalist: una è “You Make Me Loving Fun”, in cui Christine Mc Vie sale in cattedra per un brano pop/blues da urlo, mentre nella sognante “Dreams” tocca a Stevie Nicks fare la parte della leonessa.

La bionda di Phoenix irrompe nella musica dei Fleetwood come un incantesimo e meriterebbe di essere trattata a parte: sguardo magnetico e abiti lunghi, Stevie Nicks è il prototipo della strega dalla mistica rock, una vera icona che con la sua voce istintiva e primordiale caratterizza in modo univoco lo stile dei “nuovi” Fleetwood Mac. Perché questi saranno i Fleetwood Mac che tutti conosceranno e che passeranno alla storia a oltre dieci anni dalla loro nascita, fatto più unico che raro per una rock band. Ma “Rumours” non è un disco studiato a tavolino, bensì un’opera in cui i talenti dei singoli elementi confluiscono in totale naturalezza, persino nella polverosa “Gold Dust Woman” che chiude il disco fra atipiche atmosfere di frontiera, o nel languido intimismo di “Oh Daddy” tutto ad appannaggio della meno bella ma altrettanto brava Christine McVie.

“Rumours” è uno di quei dischi per cui azzardare una somma di copie vendute diventa un puro esercizio ludico, lanciate i dadi e otterrete comunque un successo di quelli a doppia cifra.  Qualcuno ha scritto che di questo disco è presente una copia in tutte le case americane, secondo noi è semplicemente il disco di tutti, accattivante ma non ruffiano, popolare ma non intriso di populismo yankee, e mai come in questo caso quel “siamo tutti americani” così spesso tirato in causa appartiene anche a noi.

Un capolavoro assoluto.


		

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